martedì 2 ottobre 2012

Monte Rosa




La capanna Margherita.

Posizionata come un nido d'aquila sulla vetta della punta Gnifetti con i sui 4554 metri di quota è il rifugio più alto d'Europa.

E' facile quindi capire come sia "doveroso" fare una salita fin qui sfruttando la facilità della salita (pur sempre alpinistica e quindi da affrontare con l'attrezzatura necessaria) per godere di questo prodigio dell'architettura alpina e, ovviamente, del sempre spettacolare ambiente di alta quota del massiccio del Rosa.

L'occasione si presentò alla fine della stagione estiva, dopo l'estenuante tour del monte bianco, prendendo come scusa il necessario allenamento per la stagione invernale e il collezionare un po' di vette di 4000 metri che si trovano lungo la via di salita ma prima di tutto la curiosità di dormire lassù in quella che, dopo tanta birra e la visione di un favoloso cartone animato (dicuinonricordoilnome) e altra birra, abbiamo ribattezzato la "capanna dei tre briganti".

Qualche informazione tecnica sulla salita:

Punta Gnifetti (capanna Margherita): 4559

partenza: Alagna Valsesia

punto di appoggio: Rifugio Gnifetti

Versante di salita: S
Dislivello di salita: 1300 m
Dislivello totale: 2600 m
Tempo di salita: 5,30 h
Tempo totale: 8,30 h

Difficoltà: alpinistico Facile




Quindi si sbatte dentro lo zaino l'attrezzatura:  spezzone di corda (30 metri), ramponi, imbraco, picca, 2 chiodi da ghiaccio, cordini e qualche moschettone e si parte...













... dopo una notte in macchina in un parcheggio ad Alagna per aver sbagliato giorno di prenotazione, aimè sempre più necessaria, ai rifugi.










Da "buon" alpinista detesto gli impianti di risalita ma se ci sono detesto ancor di più camminarci sotto, quindi si prende la funivia fino a punta Idren e da lì su sfasciumi e nevai con piccoli crepacci fino ad un balzo di roccia ben protetto da corde fisse, infine ecco il "galeone" detto rifugio Gnifetti.
Un consiglio? Partite tardi altrimenti dovrete stare un giorno a cuocervi al sole e a consumare gli scacchi visto che ci vuole massimo 2 ore ad arrivarci.









La mattina non troppo presto (4 circa) ci si butta sul ghiacciaio che nel primo tratto presenta grandi crepacci superabili su esili ponti a fine stagione. E' qui che bisogna ricordare che, nonostante l'indubbia facilità di questa via, siamo pur sempre in ambiente alpinistico ed è necessario avere un minimo di esperienza per fronteggiare una nemmeno troppo remota "complicazione".
Difatti, vedendo cordate legate con laschi di 20 metri, persone che camminano appaiate ed altre infinite amenità, mi rendo conto di quanto la montagna sia in realtà clemente, ma vorrei ricordare che sotto la candida neve bianca ci sono "buchi" profondi 30 metri e i passaggi in cui si cammina sono fatti di acqua, acqua che solo il freddo rende compatta, ma sempre acqua. Almeno saperlo.

 
 


Come progettato abbiamo iniziato a fare piccole deviazioni per prendere le facili vette che si staccano lungo la via normale. La decisione di farle durante la salita può sembrare strana ma in alta quota e volendo dormire sopra i 4000 metri ritengo sia in complessivo meno faticoso, anche considerando che su ghiacciaio la salita è si più faticosa della discesa, ma non di così tanto quanto ci si aspetterebbe.

 
 
 
Superato il grande crepaccio ove il ghiacciaio cambia pendenza e diviene pianeggiante (Colle del Lys)  si  volge a destra per il colle Vincent e poi verso ovest per bellissimo e facile pendio. Finito questo inizia l'alba, la spettacolare alba in alta quota. La cima della piramide Vincent, 4.215metri, facile.
Il tempo di scendere per la via di salita e superare un vallone e ci si trova all'attacco della breve salita su roccia, attrezzata da un lungo canapone, che porta in cima al  Balmenhorn (4.167 m, difficoltà F) dove si trova il bivacco Giordano e il mastodontico cristo delle vette eseguito in memoria dei caduti dallo scultore partigiano Alfredo Bai.
 
 
 

 
Ci si cala. Ora il sole scalda e la fatica è cancellata dallo splendido anfiteatro in cui siamo immersi. Per essere fine stagione il ghiaccio tiene benissimo e anche nei punti un po' più ripidi tiene bene.
Per falsi piani ci si porta su un pezzo un po' più difficile: la salita al Corno Nero (4.322 m, difficoltà PD-). La salita prevede il superamento di una pala di circa 45 gradi che si effettua in conserva sulla sx dove è lavorata dal cospicuo passaggio delle altre cordate anche se consiglio di salirla leggermente a dx, magari mettendo un chiodo per proteggere la conserva, ne risulterà un'ascesa molto più elegante e remunerativa.
 
 





Si scende, si beve, si ribeve... domani le gambe si sentiranno.
Volgendo lievemente a ovest si rimonta per sempre più ripida, ma mai difficile, cresta fino alla vicina cima Ludwigshoehe (4.342 m, difficoltà F+).





Poi la difficoltà aumenta come la delicatezza della cresta battuta dal vento mentre la via sale sulla punta Parrot per un ripido e faticoso pendio esposto (4.432 m, difficoltà PD+).
 


 
Da qui il tempo, come capita spesso in montagna, inizia di colpo a mutare, enormi nuvole salgono impetuose da valle risalendo la ripida parete ovest ed imbrigliandosi nelle alte vette.





 


Subito l'assenza di sole ricorda la quota a cui siamo e ci costringe sui nostri passi per un percorso più sicuro ed agevole che, costeggiati grandi seracchi, porta all'ultimo faticosissimo e lunghissimo pendio (quota e ore e ore di saliscendi)
 
 

e infine, mentre il sole della fine giornata risorge dalle nuvole, alla punta Gnifetti (4.559 m, difficoltà F). Conseguentemente alla Capanna Margherita, la capanna dei tre briganti (ma come diavolo si chiamava quel cartone?).
 
 


Ma quanto mi piacciono i rifugi, anche se sono sempre più simili ad alberghetti sopratutto per i costi, e questo devo dire è uno tra i più belli che ho visto anche perché il sole al tramonto, il freddo, il vento che sembra cantare e le montagne che si perdono all'orizzonte e la posizione, già la posizione, affacciata quasi a voler spiccare un salto su una vertiginosa parete dove passa la via della cresta Signal (più difficile e impegnativa, Difficoltà: D (III / IV- ) ). Sembra di volare e di vedere il mondo piccolo e tondo. Qui i problemi della valle non riescono ad arrivare.







 



Fine del romanticismo.
 
 
Con i piselli e prosciutto dell'era neolitica è iniziata la nausea e il mal di testa da quota, la mattina dopo l'unico desiderio era scendere veloce a rivedere la birra e quel cavolo di cartone animato che non ricordo come si chiama ma sopratutto di lasciare questo cavolo di rifugio.
 




Usciamo nel freddo e nel sole.

Uno spettacolo. Fine del mal di testa.



Sulla destra una breve traccia porta a un canalino e alla vetta della Punta Zumstein (4.563 m, difficoltà F+).

Da qui si può proseguire per la Nordend e Doufur con un percorso lungo e impegnativo che certo a questo punto le gambe avrebbero rifiutato, fortunata scelta di fare il giorno prima tutte le altre vette!

 
 

E quindi giù veloci nell'aria sempre più calda e pesante in uno degli ambienti più spettacolari delle alpi distraendosi osservando le grandi cime in lontananza e al cospetto della spettacolare parete nord del Lyskamm che mi risveglia dolcissime paure (... in un altro post).






Giù.
Giù. Balzando oltre i crepacci e facendo "surf" su sfasciumi.



 



 

 
 
Giù veloci quasi a voler portare il ricordo subito a casa per poterlo sezionare e rivivere davanti ad un generoso bicchiere di vino.
 
 


Nessun commento:

Posta un commento