venerdì 12 ottobre 2012

Deserto di Atacama

 
 
Deserto di Atacama. Cile.



Il deserto più arido del mondo.

Un affascinante connubio di colori, paesaggi e sculture di sabbia magistralmente scolpite dal vento.

Si dice sia la cosa più simile a marte che esista sulla terra.

Certamente un luogo che non può mancare in una visita al Sud America ed è stata una delle tappe fondamentali nel nostro viaggio in questo continente.

Situato su un altopiano che arriva fino a 5000 metri, racchiuso tra l'oceano e le ande, con i suoi 100 mila km²  è praticamente il nord del Cile.

Praticamente disabitato, conta di poche cittadine per l'estrazione mineraria (vedi altro post) o per il turismo.  Una di queste è la fin troppo stucchevole oasi di san Pedro di Atacama,  punto di sosta per ritornare in Argentina attraverso l'incredibile "via delle nuvole" e obbligata base per visitare l'aliena ed emozionante valle della luna.

Vi lascio con la breve descrizione tratta dal diario di viaggio che spero divenga presto un libro dal titolo "Vento, terra e libertà", ma in particolar modo alla galleria fotografica con il tentativo di mostrarvi quello che per noi è stato uno spettacolo degno della conclusione di un viaggio che ci ha portato da sud a nord per tutto questo incredibile e contrastante paese che si chiama Cile.

Hasta Pronto!

 


Mi alzo la mattina presto. Lo specchio del bagno riflette una faccia con due profonde occhiaie. Mah… una veloce rinfrescata al viso e siamo nuovamente per strada.

Il caldo è opprimente e, nonostante l’autobus continui a salire di quota, non sembra cessare. Stiamo attraversando il mitico deserto di Atacama diretti all’”oasi” di San Pedro de Atacama tappa obbligata per visitare le meraviglie che questo posto offre.

L’autobus ci lascia sotto un’ombreggiata pensilina attorniata da costruzioni di terra rossa. Ci incamminiamo all’interno del paese che, per renderne le dimensioni, può essere attraversato per il suo asse maggiore in circa 10 minuti a piedi.

Questi edifici che ricordano troppo, ma troppo, ma veramente troppo, un villaggio africano sembrano risalire ben a circa un anno fa e sono la residenza di hotel con bungalow e decine di agenzie turistiche che offrono come unica variante il tipo di pranzo fornito durante le escursioni.

Entriamo nella stanza di tre metri per tre senza porta che costituisce la filiale della Gèminis.

Qui la grassa donnona con in grembo un latrante bambino ci stacca due grossi biglietti cartacei che finisce di compilare a penna rappresentanti il nostro ticket di uscita dal Cile, fra due giorni, per Salta.

Mentre apro la bocca e il bambino mi previene con strida e gemiti la signora mi assicura della competenza e puntualità della sua compagnia “ormai prestigiosa rete di comunicazione terrestre internazionale”.

S’impettisce assumendo una ridicola posizione professionale.

Pagamento? Solo in contanti.







Prendiamo alloggio in uno dei più economici, se qui si possono definire tali, alberghi, qui gli ostelli non esistono, e mentre ci ributtiamo in questa Disneyland cilena inizio veramente a rimpiangere Calama...

in particolare quando, con orrore, ci accorgiamo dell’impossibilità di affittare una macchina e quindi di doverci rivolgere ad uno dei tanti tour operator.




Non so se anche in Cile si trovi il pejote ma sicuramente il ragazzo dell’agenzia ne aveva fatto largo uso mentre inebetito segnava i nostri nomi su un foglio di carta e rispondeva alle nostre domande con un “boh…” “mahh”  e “pagate quando tornate”. E’ stato ovviamente impossibile non prenotare che da lui e la fortuna, non solo aiuta gli audaci, ma anche i disperati e gli sconsiderati, penso allegramente mentre qui quando con un ritardo di 45 minuti, al freddo delle tre del mattino, vedo arrivare uno sconquassato pulmino.

 






“Il nonno che piange” emette lacrime di fuoco nel primo mattino. Scene da primordi della vita quando tutto doveva essere e niente era.

I gayser di El Tatio sono un salto nella preistoria.

Nonostante la notevole, e comprensibile, affluenza a questo posto una visita è dovuta. I vapori che fuoriescono continui dalle pozze d’acqua bollente avvolgono l’aria trasportandoci in una dimensione eterea e distante.







Quando si dice che è più difficile descrivere un’emozione che una visione si dice una brutale falsità.

 Non trovo veramente parole per gli effluvi e i gorgoglii di questa terra, per il sole celato e per i riflessi dell’acqua che sembrano rappresentare un enorme pezzo di cielo che ora costella questa zona con i suoi frammenti.















 
 
 

Le ore scorrono veloci. In un deserto c’è sempre tanto da vedere, ed infine, dopo aver sentito il vento risuonare tra le sue opere d’arte, e le immani sculture di sabbia, il sole volge al termine.

Siamo nella Valle della Luna, un’enorme sterminata conca che è il cuore, ormai morto, di questo deserto che ci circonda per chilometri da ogni lato.

I deserti riescono sempre a sorprendermi, sono ormai parte di me come le mie amate montagne e gioisco nel vedere che ancora mi emozionano come la prima volta.












Seduto su una duna ammiro i colori cambiare piano piano mentre il sole si tuffa ad ovest, dall’arancione al rosso acceso, poi al bianco ed infine al nero, i colori che queste rocce di sale e vento portano dentro di se, rumori lontani nel nulla.
















Addio Cile.





Addio Cile.

Con i tuoi colori e le tue incongruenze.

Con i ghiacciai e le dogane a difesa del nulla.

Addio Cile.

Con i tuoi grattacieli che adombrano le mille baracche.

Con la tua natura violenta e la tua violenta natura.

Addio Cile.

Con il tuo curanto e il tuo pisco sour.

Con i tuoi popoli dalle mille anime e col tuo popolo da un solo sguardo.














Addio Cile.

Schiacciato tra le montagne e il mare dal rendere sottile la tua memoria e fina la tua anima.

In questo tempio di sale, sabbia e sole che più di tutti ti rappresenta,

qui dove la tua fragile voce simile a vetro incrinato cavalca i venti portando con se l’odore dei ghiacci del sud.

Io ti saluto.






Addio Cile. Suerte.





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